Un giorno a Tiraspol
di Giuseppe
29/11/2004
A
Chisinau fa molto freddo. Alle 8.30 di mercoledì mattina, nel
parcheggio vicino all’appartamento il termometro della mia
auto segna -7, ma Vlad mi dice che da militare i russi lo
hanno spedito in un posto dove era -63! Se è vero è un eroe.
Vlad,
un metro e novanta, spalle larghe e asciutto come un grissino,
mi deve accompagnare a Tiraspol, dove mi stanno aspettando.
Tiraspol.
Mi tornano in mente gli interventi che ho letto nel forum:
mafia, armi, secessione, traffico di organi, pericolo. La
strada è una lastra di ghiaccio, e le gomme della mia auto
sarebbero da cambiare. Andrei, allenatore di Chisinau, 26 anni
e una laurea in economia internazionale, se ho capito bene, ed
ora direttore di un grande magazzino di pneumatici, dopo aver
cominciato come venditore, mi ha proposto delle Matador, una
sottomarca slovacca della Continental, a 60 euro l’una. Il
giorno successivo le avrei cambiate di corsa. La telefonata di
un amico che stava percorrendo la Romania riguardo il
tempaccio che avrei incontrato al ritorno è stata decisiva.
Adesso, arrivato casa, ringrazio
Andrei in ginocchio. 240 euro spesi non bene ma benissimo.
Ci
avviciniamo alla Vama, uomini con il fucile, automobili ed
autobus fermi ad aspettare.
Vlad
mi “consegnerà” a Ruslan, un dirigente sportivo della
repubblica fantasma, e poi tornerà a Chisinau. Ci fermiamo
allo stop e si avvicina Ruslan, ancora più alto, largo e
sottile come un foglio di carta A4. Ci viene incontro nel
nevischio, mostrando una lettera ai militari, che neppure
aprono il mio passaporto.
Qualcuno
dagli autobus guarda incuriosito. Sembra uno scambio di
prigionieri al tempo di Berlino est. Sta nevicando più forte
e cerco di far capire in inglese a Ruslan di andare piano con
la sua auto, altrimenti sarebbero guai. Ruslan, please,
don’t drive too fast. My
tires are not so good.
Ruslan
si ferma per mostrarmi il nuovo stadio di calcio, dove avrebbe
dovuto giocare la nazionale italiana. Nuovo e bellissimo.
Accanto, quasi finito, c’è un bellissimo hotel a 5 stelle.
Ora c’è un timido sole e scatto qualche foto alle tribune
dove le poltroncine diversamente colorate disegnano il nome
SHERIFF, lo sponsor credo. Il capo della vigilanza ci
accompagna nella visita dell’impianto. Il nuovo stadio,
45.000 spettatori, ha un fondo bellissimo. Mi avvicino per
toccare l’erba e Ruslan orgoglioso mi dice: è riscaldato.
Ma
non c’è solo quello. Proseguendo troviamo un altro campo
con tribune più piccole, ma stessa verdissima erba, ed ancora
un campo indoor, in sintetico. In fondo c’è l’Accademia,
un grande edificio, dove ci sono le foresterie, docce,
spogliatoi, campo da volley e da basket. Tutto nuovissimo e
odorante di pulito. Complimenti, Ruslan, un magnifico
impianto.
Siamo
di fretta, sono già le 11 passate e ci stanno aspettando alla
KVINT, grossi produttori di cognac e vodka, altro sponsor.
Visitiamo impianti e cantine, adesso stanno attaccando
etichette su bottiglie di vodka che andranno a New York, via
Ucraina. Le cantine sono immense, con migliaia di botti,
grandi e piccole. Il segreto del nostro cognac, mi dice Mihail
Andreevich, suppongo un direttore della ditta, è l’acqua
che viene da un pozzo profondo più di cento metri. Mihail,
basso e dimesso, è di una simpatia immediata. Mi parla in
russo scandendo le parole, ma non capisco un’acca.
Poi
entriamo, per la degustazione dei cognac, in una sala enorme
con un lunghissimo tavolo, a capo del quale una signora in
camice bianco dispone 6/7 bottiglie, spiegandocene la
differenza. Meno male che è arrivato Sasha, che traduce in un
inglese perfetto, anche se parla come una mitragliatrice.
Sasha ha 29 anni ed è tornato da pochi giorni in Transnistria,
per far conoscere i genitori a Michelle, la moglie americana.
Sasha si è laureato in un college nello Iowa, fa il
chiropratico, e vuole trasferirsi in Australia. Cominciamo gli
assaggi, e mi sento morire. Io il cognac lo avrò bevuto due
volte in 50 anni, e non mi piace per niente. E poi alle 12, a
digiuno. Piccoli sorsi, la signora ci spiega il retrogusto al
cioccolato, al caffè. Poi versiamo il rimanente del
bicchiere,in un grande barattolo di vetro, al centro del
tavolo. Dopo il terzo assaggio sono cotto, lo stomaco mi
brucia come se avessi bevuto le fiamme, anche se faccio solo
finta di bere. Mihail capisce e mi fa un cenno di complicità
con gli occhi. Ma gli italiani non erano bevitori? Non so
come, ma arriviamo all’ultimo assaggio.
Cognac
preziosissimo vecchio di 40 anni. Una bottiglia 200 dollari, e
questo, bisogna finirlo. Tutto.
Per
grazia di Dio ce la faccio. Chiedo di andare in bagno, mi
serve una scusa per uscire qualche minuto fuori al freddo e
per fumare una sigaretta. Sono sicuro di poterla accendere
anche senza fiammiferi. Tolgono le bottiglie e ci servono il
pranzo. Brodo caldo di verdure e patate, buonissimo, carne con
funghi, tramezzini. Ruslan mi dice che mi porterà nel mio
appartamento, per un riposino (dormirò, stecchito, per due
ore!), tanto andremo a visitare le scuole intorno solo alle 4.
Decine
e decine di ragazzini dai 9 ai 12 anni, educatissimi,
disciplinati, attenti e curiosi di questo strano ospite
italiano, in ognuna delle quattro scuole che visitiamo.
Nell’ultima c’è anche la TV locale, non ricordo il nome,
che tramite Sasha mi pone qualche domanda sulla mia visita.
Meno male che l’effetto del cognac è passato. Ripassiamo
sotto la statua di Lenin che altissimo guarda verso il futuro,
ed andiamo a cena in una birreria molto carina. Dopo un paio
di boccali e un secchio di pistacchi ci rilassiamo e
cominciamo conversare. Vedi, mi dicono, noi per il mondo non
esistiamo. Eppure esistiamo, ci puoi vedere, siamo veri!
Nessuno si cura di noi da 12 anni. Siamo scomodi per tutti.
Nessuno ci aiuta perché siamo piccoli, e senza petrolio…
Domando
a Sasha il motivo della secessione. A Chisinau vogliono andare
con la Romania, ma la Romania non li vuole. Tutti zingari i
rumeni, li vogliono solo fregare. Noi non ci sentiamo rumeni
e neppure russi. Noi parliamo russo e il governo di Chisinau
vuole il rumeno come lingua. I telefonini non funzionano, da
Chisinau ci hanno
bloccato tutto. Come si fa ad esportare? Siamo dei fantasmi! C’è
rabbia nelle parole di Ruslan. C’è rassegnazione in Mihail,
più anziano. C’è praticità in Sasha, più giovane ed
abituato a paesi diversi. Mi piace, questa gente della
Transnistria. Per istinto, e forse sbaglio. Ripenso alle mamme
che aspettavano imbacuccate i loro bambini all’ingresso
delle palestre. Mi tornano alla mente le parole di Andrei:
Tiraspol, Mafia. Mah, non so che cosa pensare. Mi piace
l’aria pulita di Tiraspol. Sono curioso per domani. A
Chisinau ci sarà una cerimonia, alle 13, presente il ministro
dello sport moldavo, Sergiu Cornetchi, e ci saranno anche
questi di Tiraspol. Chissà che cosa succederà. Dovrò dire
qualche cosa anche io, in quella cerimonia, e ci sarà la TV
di Chisinau per le news della sera. Inverosimile il luogo dove
alla sera mi sarei rivisto: Heracles, una sauna gestita da un
ex compagno di università di Andrei!
Andiamo
tardissimo a letto dopo una serie impressionante di birre.
Loro, io non sono un grande bevitore, se non di vino. Mi
sembrano felici di essersi confidati con me.
Poi,
la mattina presto, Ruslan mi riaccompagna alla frontiera.
Nevischio e stessa trafila con le guardie. Passo velocemente.
Mi
piace, questa gente di Tiraspol, per istinto e non mi sbaglio.
Spero di poter accettare il loro invito e tornare l’anno
prossimo, magari per più giorni. Dicono loro, sarai sempre
nostro ospite!
Ma
è già venerdì mattina, bisogna ripartire da Chisinau.
Brutta la strada fino a Sibiu, ma le Matador sono fenomenali,
e nella notte Paolo Conte mi fa compagnia bofonchiando e
cantando le sue bellissime musiche.
Mi
ritornano in mente, ad ogni curva, le facce sorridenti di quei
ragazzini nelle palestre, il loro impegno negli allenamenti,
l’allegria contagiosa, le loro scarpe vecchie ma pulite e
penso alle Nike da 200 euro dei nostri ragazzi. Ho letto di
loschi traffici, sul forum. Brutte storie, da vergognarsi di
essere uomini.
Ho
paura che sia troppo facile affezionarsi alla
gente della Moldova, sia di qua che di la dal fiume.
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